Written by • 09:30• Tra Bit e Persone

Chi sta addestrando chi?

Uomini e algoritmi in una relazione che ci cambia.

Chi addestra chi? | dpoSTUDIO

“Le stelle brillano di luce propria. Gli algoritmi brillano grazie ai dati. Ma sperare in un futuro luminoso dipenderà dalla nostra capacità di continuare a far brillare il pensiero critico.”

Per anni ci siamo raccontati una storia semplice: siamo noi ad addestrare l’Intelligenza Artificiale. Le forniamo dati, correggiamo le sue risposte, la alimentiamo con miliardi di informazioni affinché i suoi algoritmi diventino sempre più accurati, efficienti e “intelligenti”. Ogni nostro clic, ogni ricerca, ogni prompt rappresenta un piccolo tassello che contribuisce alla crescita di questi sistemi. 

Ma se questa fosse soltanto metà della storia? Forse è arrivato il momento di ribaltare la prospettiva. 

Ogni volta che interagiamo con un sistema di IA non stiamo soltanto insegnando qualcosa alla macchina; anche la macchina, indirettamente, sta insegnando qualcosa a noi. Sta modificando il nostro modo di cercare informazioni, di scrivere, di ragionare, di prendere decisioni e persino di ricordare. 

Se fino a pochi anni fa memorizzavamo numeri di telefono, indirizzi e riferimenti normativi, oggi deleghiamo una parte crescente delle nostre capacità cognitive ai sistemi digitali.

L’Intelligenza Artificiale non sostituisce il cervello umano. 

Lo riorganizza. 

È un cambiamento sottile, quasi invisibile, ma estremamente profondo. 

Gli algoritmi diventano sempre più performanti grazie ai nostri dati.

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Nel frattempo, il nostro intelletto si abitua a dialogare con essi, a fidarsi dei loro suggerimenti, a seguire percorsi informativi (e formativi) costruiti da modelli statistici.

È una relazione bidirezionale:

  • noi rendiamo gli algoritmi più sofisticati;
  • gli algoritmi rendono diverso il nostro modo di pensare.

È qui che entra in gioco la protezione dei dati.

Perché i dati personali non rappresentano soltanto informazioni da tutelare.

Sono il nutrimento degli ecosistemi di Intelligenza Artificiale e, allo stesso tempo, sono la rappresentazione digitale delle nostre abitudini, delle nostre preferenze e dei nostri comportamenti. Proteggere i dati significa quindi proteggere anche la libertà cognitiva delle persone.

“Ogni algoritmo riflette inevitabilmente i dati sui quali è stato costruito e le scelte progettuali di chi lo sviluppa.”

Per questo motivo parlare di Intelligenza Artificiale significa parlare anche di trasparenza, responsabilità, supervisione umana ed etica.

La vera domanda, allora, non è se l’uomo utilizzi l’Intelligenza Artificiale o se sia l’Intelligenza Artificiale a utilizzare l’uomo.

La domanda è molto più profonda: “Quanto stiamo cambiando insieme?”

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Forse il futuro non sarà caratterizzato da una macchina che pensa come un essere umano.

Sarà piuttosto caratterizzato da esseri umani che penseranno in modo diverso perché avranno imparato a convivere con l’Intelligenza Artificiale.

E questa trasformazione, silenziosa ma continua, merita tutta la nostra attenzione.

Perché il rischio non è che gli algoritmi diventino troppo intelligenti.

Il rischio è smettere di chiederci in che modo stiano cambiando noi.

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